"Di sudore, zucchero e sangue", traduzione Leonarda Oliveri, Premio di traduzione

("De sueur, de sucre et de sang", RUE MONTE AU CIEL, Desnel 2003)
mardi 14 juillet 2009
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Di sudore, zucchero e sangue

di SUZANNE DRACIUS

Leonarda Oliveri, finalista, Antologia I ed. Premio di traduzione "Le mie parole altrui" - settembre 2007 - Prix de traduction 2007 - Giovane Holden Edizioni - Italy

Non so se Emma ami Émile, ma non è questo il problema. La mulatta ha sedici anni, è lattea come un corossol e tenera come un cuore di palma. Ancora due giorni e, convolando a giuste nozze, diventerà la mia prozia Emma B.
Domani infatti Emma deve sposare Don Émile B., notaio e notabile di Fort-de-France. È già tutto pronto : dai gigli all’organza, dal damasco al tulle, da una vertiginosa mussola fino alle orchidee reali fatte arrivare da Balata ancora palpitanti di selva umida, tutto bianco e immacolato. Intorno a lei non si parla d’altro che di corredo, di acconciatura, di portamento, di velo e di strascico.
Emma fluttua in quel matrimonio come dentro a un turbine di bianco.

Il terzo giorno dopo le nozze, Don Émile B. le ha dato un rapido bacio sulle labbra e uscendo le ha raccomandato di non avventurarsi per nessun motivo dalle parti della Distilleria. Oltre allo studio notarile nella rue Perrinon proprio al centro di Fort-de-France, Don Émile B. ha infatti ereditato una piccola vecchia distilleria che langue sull’altopiano di Didier. Della vasta proprietà fa parte anche l’antica dimora padronale costruita interamente in pietra e legno di Guyana, che Don Émile B. ha fatto restaurare. Emma adesso vive là, accanto a un marito che è nuovo soltanto per lei, considerato che a Morne Coco c’è un grazioso gruppo di piccoli mulatti che si vantano da sempre di essere dei bastardi di Don Émile B. Ma Emma non incontra mai nessuno di questi figli abusivi perché a Morne Coco, dall’altra parte della strada, non ci va. A sentire la pingue Man Sonson quello non è un posto per lei. Ogni santo giorno Don Émile si reca allo studio in automobile, lasciandola a Haute-Didier sola con le donne di casa, ossia con Man Sonson, la cuoca, e con Sirisia, la giovane bambinaia, i soli domestici che Emma abbia voluto prendere.
Ogni mattina lo stesso bacio, lo stesso augurio di una buona mattinata e la stessa raccomandazione : “Non andare a passeggiare dalle parti della Distilleria”.
“Cosa s’immagina ?” pensa Emma protestando tra sé. “Ha forse paura che vada a ubriacarmi di rum ? Ma per chi mi prende ? Non sono più una bambina ! Del resto le bottiglie di liquore sono tutte a portata di mano sul tavolino del salotto, non sono nemmeno sottochiave. Se volessi bere mi basterebbe allungare la mano…”
Émile teme forse la potente carica erotica che promana da quei grandi corpi flessuosi dai muscoli lunghi e forti e dalla pelle iridata dal sudore ? Gli operai della Distilleria Emma li ha appena intravisti quando sono venuti a fare gli auguri ai novelli sposi, tutti impomatati, incravattati e odorosi di acqua di colonia “Étoile”. Ma subito si sono eclissati con la stessa rapidità con cui sono arrivati.
Sono passati così i primi giorni di matrimonio.

Il mattino dell’ottavo giorno, Émile era assorto nella sua toilette quotidiana lunga come un giorno senza pane. Emma aveva appurato con un colpo d’occhio nella stanza da bagno che il suo sposo era occupatissimo a passarsi il rasoio sulla barba verde da mulatto su cui disegnava accuratamente il contorno di una barbetta che si sorprese a trovare un tantino ridicola. In quel preciso istante, dunque, la giovane sposa ancora insonnolita era volata all’altro capo della veranda, dalla parte opposta rispetto alla stanza da bagno, fino al punto in cui, protetta dalle fronde delle stelle di Natale e dalla cortina cremisi dell’ibisco di Barbados, sapeva di riuscire a vedere comodamente due o tre curve della strada che portava alla Distilleria. Sapeva che non avrebbe mai potuto abbracciare con un solo sguardo tutto il percorso perché dei ciuffi di bambù giganti ne nascondevano la maggior parte alla vista. Ma dal punto in cui le chiome ondulate accennavano a separarsi erompeva uno spazio di luce che scopriva un pezzo di sentiero. A Emma non serviva altro.
Le vele del nuovo mattino si erano alzate silenziosamente. I merli negli alberi di filaos avevano iniziato il loro indecente pigolio e, di baruffa in baruffa, sarebbero andati avanti fino al crepuscolo. Ardente e nimbata di quiete, la serenità dell’aurora ridava vita palpitante agli alberi da legno mossi dal dondolio dei passeri, ai galli impazienti di proclamare la loro supremazia soverchiando con il loro chicchirichì il cicaleccio delle galline, alle acrobatiche anolis già schierate per la caccia su una palma da datteri nana e infine a Emma, che appena sgusciata dal letto, a piedi nudi sul pavimento umido, con la mano tratteneva sul seno le trine della camicia da notte.
“Che freddo, perdindirindina !” si disse Emma rabbrividendo. Di freddo ? Di paura ? Dalla sensazione di non dovere stare lì ?
Ma ecco che di colpo si leva netta, lacerando l’aria, la voce di un uomo che, ahimè, Emma non riesce a vedere. Chiude gli occhi e si mette in ascolto.
— I pé ké ni siklon, man di’w ! Pa fè lafèt épi mwen ! Asé bétizé, ou ka plen tèt mwen épi tout sé kouyonnad-la ! (Il ciclone non ci sarà, ti dico ! Non venirmi a raccontare storie ! Smettila di dire idiozie, ne ho piene le tasche delle tue stupidaggini !)
Una seconda voce spazientita insiste a urlare.
— Fè sa ou lé ! Mwen, man za paré. Zalimèt, luil, pétrol, bouji, man za fè tout provizyon mwen. Kité Misyé Siklon vini ! (Tu fai come vuoi ! Io mi sono preparato. Ho fiammiferi, olio, petrolio, candele, provviste. Il Signor Ciclone si può accomodare.)
— Gadé’y ! I pa ka menm kouté. Yen ki chonjé i ka chonjé toubonmman. (Ma guardatelo ! Non ascolta nemmeno. Sa soltanto fantasticare, fantasticare…)
Quest’ultima voce è nuova, cerca di coprire l’altra. Ci riuscirà facilmente. Quello che ha parlato è un terzo uomo. Emma non riconosce né il timbro né il linguaggio dei primi due. Quest’ultimo invece parla un creolo rustico tutto irto di schegge. “Toh, un uomo del Nord !” si dice, senza stare a chiedersi perché.
— Sa ou ni an ka-kabèch ou, nèg ? Asé dépotjolé ko-ko’w ! Ou ka sanm an t-toupi mabyal. (Ma cos’hai nel cra-cranio, rimbambito ? Sme-smettila ! Sembri una mitragliatrice), sghignazza una voce più acuta.
Chi di loro ha appena parlato ? Emma si confonde. Non il primo uomo, ne è sicura. Quella voce la riconoscerebbe tra mille ora che l’ha sentita. Un rossore le pizzica il viso. Emma reprime un brivido. Stavolta di febbre ? Oddio, fa che raggiungano presto lo spazio di luce, che possa vederli !
Ma quando saranno arrivati in quel punto lei non li potrà più sentire. Già le loro voci si dissolvono, le parole si perdono nell’aria. Emma non riesce più a distinguere quello che dicono. Le arriva soltanto una raffica di sillabe martellate, sempre le stesse, incoerenti ; sono gli strilli ritmati di quello che balbetta e parla più forte degli altri. Per compensare, dice a se stessa.

— L’aria di Haut-Didier è sana ma ora come ora bisogna stare attenti alle invasioni di ragni, alle tarme che si mangiano la biancheria e agli scarafaggi sempre pronti a defecare o a deporre ogni specie di uova negli orli della biancheria, spiega a Emma la giovane bambinaia.
Emma sussulta, lascia repentinamente il suo posto di osservazione segreto.
E Man Sonson rincara :
— Se tieni la biancheria chiusa nell’armadio per un’eternità, finirai per non ritrovarla !... ma Sirisia, figlia mia, è inutile agitarsi, non potrai certo stirarla adesso la biancheria, oh, buon Dio ! Che razza di malanno vuoi buscarti
...Tutta sudata come sei non crederai davvero di metterti a stirare con quel ferro rovente ?
Don Émile deve avere finito la sua interminabile toilette. Ben eretto e con la barbetta trionfante, è pronto a consegnarsi al cerimoniale quotidiano : buona mattinata, buon bacio e buone raccomandazioni…
Ecco fatto ed eccolo già al volante della sua Panhard.
Lassù nella grande casa Emma si annoia. Un caldo odore di caramello e di alcol di canna da zucchero proveniente dalla Distilleria viene a solleticarle le narici. La giovane donna si diletta ad annusare il perturbante effluvio, per lei misterioso, del rum nel suo stesso farsi, più forte di un aroma di punch, molto più inebriante di un planteur o di quel “cocktail tropicale” che servono al Gran Ballo Annuale degli Ufficiali.
In attesa del primo parto della Signora, la bambinaia s’ingegna a coccolare il corredo del futuro primogenito. Con i corredi non se ne viene più fuori. La piccola Sirisia non finisce mai di lavare, stirare e rilavare le fasce, i bavaglini, le camiciole, i lenzuolini ricamati all’inglese e la minuscola zanzariera. D’altra parte di conservare in naftalina quello che il neonato toccherà direttamente o indirettamente, neanche a parlarne ! “Strapperà la pelle al piccino e, peggio ancora, l’odore lo soffocherà”, assicura con tono dottorale Man Sonson. La bambinaia veglia gelosamente sul futuro erede B., ne fa una questione d’onore, anche se ancora non è stato nemmeno concepito e anche se per il momento la testa di Emma è molto più abitata del suo ventre. Che la Signora lo voglia o no, nascerà e sarà un maschio, non c’è nemmeno da discuterne, “non c’è da ricamarci”, avrebbe puntualizzato Man Sonson se qualcuno avesse tentato di dubitarne. Del resto gli è già stato destinato un nome da ragazzo, basterà aggiungervi una “e” in fondo se per sfortuna dovesse nascere una femmina. Se il Signore avesse scelto “Arsène” invece di “Henri”, sarebbe stato ancora più semplice, non ci sarebbe stato proprio niente da cambiare. Questo è il parere di Man Sonson : benché “Arsène” significhi “virile”, lei non ci vede nessun inconveniente ad affibbiarlo a una bambina, che avrà sempre femminilità a sufficienza ! In ogni caso Man Sonson non conosce il greco. È davvero l’ultimo dei suoi pensieri. L’eventualità porrebbe in compenso un grave problema per il battesimo, perché il padrino già designato avrebbe rifiutato di battezzare per la prima volta nella sua vita una rappresentante del genere femminile : si sa che porta sfortuna… Il suo consenso lo ha dato per un maschio. Per una femmina è un altro affare : non ha neanche pensato a questa eventualità quando ha detto fieramente di si. Fare da padrino a un maschietto è un onore, ma se si tratta di una piccola piscialletto…
Di sicuro per Emma è un piacere ascoltare le geremiadi della sentenziosa Man Sonson che, mentre squama il pesce, sgrana il suo rosario di miserie passate, presenti e future.
Ma che mistero questi uomini !...

Oggi Don Émile B. uscendo ha annunciato che non tornerà per il pranzo. Come al solito, un pranzo di affari lo trattiene a Fort-de-France. Uffa ! A volte addirittura arriva a pranzare al mercato con un pesce bollito o con una zuppa di pesce al peperoncino rosso servito da imponenti meticcie direttamente da un grande vassoio di legno poggiato sui cavalletti.
Don Émile B. non ha mai parlato di volerci portare Emma un giorno o l’altro. Lei suppone dunque che questo non stia bene.
— Piccola ubriacona, stai bevendo il tuo punch senza neanche aspettarmi ?
È la zia Herminie che è appena arrivata. È vero, la Madrina oggi pranza qui, naturalmente ! Ogni volta che Don B. sente il bisogno di pranzare in città delega sua Cugina Herminie, la Madrina per Emma, che è zia di Emma oltre che sua portatrice al fonte battesimale. La Madrina è una B. di Saint-Pierre, non una B. di Fort-de-France ; sta lì tutta la differenza. I B. di Saint-Pierre hanno un paternalismo venato di condiscendenza nei confronti dei B. di Fort-de-France per via di una piazza a loro intitolata al centro di Saint-Pierre in onore di uno di loro che si è distinto in quella città (Emma ha dimenticato perché), mentre i B. di Fort-de-France hanno più denaro.
La storica e nondimeno squattrinata mulatta si fa i gargarismi affermando che la famiglia B. è una grande famiglia, ma Emma la riprende scoppiando a ridere :
— Non bisognerebbe confondere “grande famiglia” con “famiglia numerosa".
Grande o no, la famiglia B. non ha mai avuto attrattive per Emma.
Il pranzo langue. La Madrina senza saperlo sta parlando da sola : Emma infatti non è più con lei. Persa nei suoi pensieri è uscita di casa.
Se c’è una cosa che la fa innervosire è il fatto di non conoscere niente fino in fondo o, meglio, di conoscere solo un versante della vita, di non poter vedere e imparare le cose da sola. Dal momento che lei è “la moglie del mulatto”, “la sposa del padrone” e mulatta lei stessa, non ha il diritto di andare a vedere che succede laggiù, cosa fanno all’interno della Distilleria. Può soltanto rubare qualche briciola di conversazione quando arrivano al mattino o quando se ne vanno la sera finita la giornata di lavoro. Quando riesce a sentirli, loro sono ancora invisibili e non appena li vede non può più sentirli, sono troppo lontani. Poi entrano nella Distilleria. Questo non lo vede, lo immagina e deve succedere un bel po’ di tempo dopo, superato l’ultimo meandro del cammino dove lei ha un’ultima visione del gruppo di uomini alti che camminano e che restano alti malgrado la distanza. Lei non ci ha mai messo piede, in quel diavolo di Distilleria ! Per lei l’interno della Distilleria è un mondo sconosciuto. Vorrebbe entrarci, vedere cosa fanno, sapere come si danno da fare quegli uomini che vede quotidianamente e che spia di nascosto. Si, vorrebbe sapere come fanno a trasformare il succo della canna da zucchero in rum. Di rum Emma ne ha bevuto, con tanto sciroppo e limone verde. La canna l’ha assaggiata. Ma quella alchimia proibita…
Oh, ha imparato tante cose al Pensionato Coloniale della rue Ernest-Renan frequentato da tutte le signorine di “buona famiglia” della Fort-de-France pretenziosa, puritane e decisamente molto laiche dopo tutto. Ma tutto è finito così presto ! Emma è rimasta con la sua curiosità. Non era una cattiva allieva, ha ingurgitato interi capitoli di Storia di Francia e di Navarra, conosce bene tutti i programmi di Scienze Fisiche e Naturali e perfino la Geografia del vasto mondo, sa con cognizione di causa chi ha rotto il vaso di Soissons e non ignora nulla di orecchiette e ventricoli. Eppure non sa niente della fabbricazione del rum che avviene là, a pochi passi da lei. Niente oggi le sembra più misterioso di ciò che è là, vicinissimo a lei, di quella Distilleria in cui si rinchiudono uomini alti dai bei corpi d’ebano che lei può solo guardare passare. Adesso che è sposata, donna, moglie, padrona di casa e madre potenziale, niente le rimane più estraneo di quel mondo a lei pure così vicino, di quel versante di umanità a cui non ha accesso.
Hanno alzato una barriera tra Emma e quel mondo, tra Emma e quel creolo, tra il loro mondo e il suo, tra il loro modo di parlare e il suo, tra la loro pelle e la sua, tra il loro sesso e il suo.

Approfittando del sonnellino pomeridiano della Madrina, Emma è scivolata come una svelta mangusta fino ai bordi dell’Altro Mondo. Lo ha fatto clandestinamente, furtivamente, senza che Man Sonson s’insospettisse e perfino all’insaputa di Sirisia, persona nondimeno molto impicciona.
È l’ora della pausa anche per loro, si direbbe. È normale : con la Madrina si è obbligati a servire in tavola presto per riguardo alla sua veneranda età.
Un uomo a torso nudo è fermo sul sentiero. Dopo il lavoro, infila di nuovo la canottiera : di sicuro non vuole rischiare di morire. Il tessuto morbido aderisce alla sua pelle sudata. Emma l’ha riconosciuto subito : è a lui che appartiene la prima voce, quella più decisa, quella che taglia meglio l’aria all’alba di ogni nuovo giorno. Ci metterebbe la mano sul fuoco. Quello che ci vorrebbe adesso è una bella doccia ! Ma una doccia fredda o fosse anche tiepida su un corpo sudato è tutto quello che ci vuole per prendersi un malanno. Perlomeno è quello che predicano le Persone Grandi. Allora, niente doccia, “non c’è da ricamarci” direbbe Man Sonson se fosse là, diamine ! Speriamo almeno che anche lui lo sappia…
L’uomo con la canottiera bagnata di sudore ha stirato le sue lunghe membra sotto il più generoso albero di mango. È venerdì e gli uomini hanno tirato fuori dai tascapane grossi pezzi di frutti del pane, costardelle fritte, frittelle di baccalà e spezzatino di merluzzo. Mangiano con concentrazione, senza dire una parola. Canottiera Bagnata facendo il giro riempie grandi bicchieri di un liquido chiaro, di certo rum agricolo o forse semplicemente acqua.
Emma non osa rivolgere loro la parola, non osa nemmeno avvicinarsi. Forse è il loro mutismo a metterla in soggezione, li ha sempre visti parlanti quando al mattino li spia. La loro complicità passa dapprima attraverso il linguaggio, attraverso il segreto condiviso di tutte quelle parole che ruba loro, giorno dopo giorno, quelle parole creole… È il loro silenzio a fermarla ? Oppure è l’Invalicabile Barriera posta tra lei e quell’universo ? Una barriera invalicabile forse, ma certamente non inavvicinabile…
Emma gira intorno al gruppo di uomini a una distanza sufficiente a non farsi scoprire. Raggiunge quasi carponi la parte posteriore dell’edificio, riesce a penetrarvi attraverso l’imboccatura di una finestra bassa.

Il sangue è sprizzato sulle canne, ha schizzato la bagassa. La scappatella alla Distilleria è costata a Emma tre dita. E il prezzo non è stato più alto grazie al fatto che si è messa a urlare. E grazie soprattutto al fatto che gli uomini, che erano già accorsi stupiti per il rumore della macchina che inspiegabilmente si era rimessa in moto, hanno avuto la prontezza di riflessi di bloccare la pressa mentre uno di loro, il più forte, Canottiera Bagnata, si avvinghiava al corpo di Emma con tutta la forza dei suoi muscoli tesi fino allo spasimo.
L’uomo era riuscito a frenare lo slancio vorace della macchina. Altrimenti quella schifezza le avrebbe stritolato la mano intera e ancora peggio il braccio e poi tutto il corpo, vedi un po’… ah ! Gesù-Giuseppe-e-Maria e tutti i santi, c’era bisogno che la Signora andasse a giocare con quelle macchine ? si era lamentata Man Sonson.
Un bravo medico della parentela chiamato d’urgenza aveva prodigato le cure necessarie alla mano mutilata di Emma. Don B., strappato al suo studio, non fece alcun commento. Emma era stata punita abbastanza per la sua disobbedienza ! Nessuno aveva mai visto Don B. così silenzioso. Nessuno aveva mai visto Emma così pallida e con una luce in fondo agli occhi che non si sarebbe mai spenta. Si, in fondo agli occhi di Emma c’era una luce di esultanza.
Avendo perso l’uso delle dita di cui meglio sapeva servirsi, Emma B. visse inabile – per non dire maldestra - la sua vita di signora di Fort-de France, con una sola mano, la sinistra, nascosta dapprima in un guanto bianco, poi in uno blu e infine in uno grigio perla. Gli sciocchi dicevano “Per fortuna, non è successo alla mano destra !”
Alcuni vi scorgevano un mistero, altri una specie di fascino inquietante, altri ancora vi leggevano un segno di singolarità o una forma di provocazione non meglio precisata. Ben pochi sapevano di cosa si trattasse, ben pochi erano a parte del segreto della ribellione di Emma.
Quando Emma morì all’età di centodue anni, Oreste, il suo diciassettesimo figlio, sul letto di morte – o forse dovrei dire sul letto nuziale – le infilò il guanto bianco, il primo, quello che aveva portato fino al giorno delle nozze d’argento. Nonostante fosse stato lavato, rilavato e stirato, non si era minimamente ingiallito.
Larga la foglia, stretta la via….
Questa storia non è inventata. È accaduta davvero alla mia prozia Emma B. Grazie a quella frenesia di sudore, zucchero e sangue mescolati insieme, Emma aveva provato una sensazione forte almeno una volta nella sua vita.

L’ altra che danza è un libro di Dracius Suzanne pubblicato da Tranchida nella collana Narratori (2010)

- L’altra che danza di Suzanne Dracius, traduzione Leonarda Oliveri, Giovanni Tranchida editore, per acquisti on line cliccare qui